Biografia

CHE MOMENTI CHE ABBIAMO PASSATO, CHE GIOVENTU’

Autobiografia di Ottavia Corradini

a cura di Orianna Montanari

Stampato nel mese di novembre 2012
a cura del Servizio Comunicazione del Comune di Reggio Emilia.

Testo e immagini di proprietà degli autori.
Vietata la riproduzione e/o diffusione, anche parziale, a fini commerciali.

la storia la dedico alla Sonia e alla Loretta in ricordo della mamma e papà

PREFAZIONE

Ottavia la conosco da tanti anni, è la zia di un mio amico, una signora schietta, dinamica, sempre attiva. Se ti deve dire qualcosa non fa giri di parole e ti dice quello che pensa, senza tante cerimonie o formalismi va subito al sodo.
Sempre pronta a raccontare i misfatti dei fascisti e l’orrore della guerra, critica con i governi che non aiutano la classe operaia, attenta alle esigenze delle donne, curiosa, tiene in casa la biografia di Matilde di Canossa, e quella di Nilde Iotti oltre ai testi che parlano delle lotte operaie del dopoguerra.
Ottavia è unica. In grado di lavorare per costruirsi una casa, ma in grado anche di dire basta e di godersi una vacanza, considerato che le figlie sono cresciute e debiti non ce ne sono.
Quando c’è stato bisogno, è sempre stata pronta ad aiutare la famiglia con il lavoro e in seguito tenendo i nipoti; ma con la curiosità che la contraddistingue è sempre pronta per un nuovo viaggio che può allargare le sue conoscenze.
Ora è anziana, si riposa con Cesare, vicino alle figlie, nipoti e pronipoti che non la lasciano mai sola.

Reggio Emilia, estate 2012 Orianna Montanari

Castellarano
Sono nata nel comune di Castellarano, nel 1926, sotto la parrocchia di Monte Babbio, perchè le famiglie venivano contate a seconda della parrocchia di appartenenza. Abitavo nella frazione di Telarolo, siamo nati tutti lì.
Il papà era contadino e lavorava la terra con contratti a mezzadria. In seguito ci siamo trasferiti all’Ara, una borgata vicina, per arrivare poi al Casinazzo di San Bartolomeo, poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale.
Lavorare a mezzadria significava fare un contratto con un padrone che ti dava la casa e un appezzamento di terreno da lavorare e in cambio il contadino al momento del raccolto, ne consegnava la metà. Abitavamo tutti vicini, il padrone nella casa padronale e i contadini nelle case coloniche vicino alla stalla, tutti nella stessa borgata.
Anche se mezzadri, la famiglia di mio padre poteva essere considerata benestante, rispetto ad altre che vivevano vicino a noi: non ci è mai mancato il cibo, i vestiti e le scarpe, tutti i figli hanno frequentato la scuola e non tutti se lo potevano permettere.

L’infanzia, e la vita contadina
In famiglia la mamma doveva curare noi figli, eravamo in otto, e aveva la madre di mio padre che era a letto, io avevo 5-6 anni e le facevo compagnia, restavo tutto il giorno in quella camera
con lei perché non si muoveva. All’epoca non c’erano cure e mia madre l’ha tenuta per 12 anni in quelle condizioni; tutte le mattine le guardava il letto e, se di sera sudava o lo bagnava, le cambiava i teli e la teneva tutta pulita.
Ogni anno mio padre chiamava un scarpolein un calzolaio itinerante, che girava fra le case. Nell’autunno, prima che venisse l’inverno, si procurava la pelle, il corame (il cuoio) e ci faceva fare tutti gli scarponcini nuovi: non siamo mai andati scalzi o con gli zoccoli.
Mia madre tutto inverno tesseva con il telaio poi metteva i teli sul prato che diventavano belli bianchi. Confezionava lenzuola, federe, asciugamani, faceva tutto. Mio papà coltivava la canapa e mia madre tesseva la biancheria.
Mia sorella, più vecchia di me, aveva le pecore e con la lana confezionava i vestiti, si era sposata e faceva parte di una famiglia grossa. Filavano la lana per poi confezionare i vestiti. Anche noi le davamo della lana, perché avevamo dei pastori che di giorno pascolavano le pecore e alla sera le portavano a dormire in un nostro ricovero e per ricompensa, a fine anno, ci pagavano con la lana di quattro o cinque pecore. Mia sorella prendeva la lana, la portava a casa, la filava e poi faceva i vestiti, c’erano quattro spose e quattro uomini da vestire. Si era sposata prima che noi venissimo a San Bartolomeo.
Mio padre invece comperava la stoffa e con una sarta faceva un vestito ad ognuno di noi, pantaloni, giacca e camicia agli uomini ed un vestito alle donne. Noi non siamo mai andati scalzi, vicino alla nostra casa c’erano delle famiglie che
d’inverno tenevano i figli sempre in casa perché non avevano le scarpe, coprivano i piedi con degli stracci, oppure con degli zoccoli, c’era una miseria spaventosa.
Era un lavoro impressionante, c’erano delle famiglie che non avevano soldi, quando andavi a scuola c’erano dei bambini tanto disordinati, tanto sporchi, con i vestiti tutti stracciati, non avevano un paio di pantaloni buoni da mettere, erano dei miserabili.
Vicino al nostro paese abitavano dei ragazzi che venivano a scuola con me, tanto somari, tanto somari che non sono riusciti a passare la prima elementare. Davanti alla nostra casa, al Telarolo, c’era un prato tutto pieno di frutti, tutti nostri e nella borgata non mancava la Madonnina per dire il rosario.
Quando abitavo all’Ara, lì vicino c’era una signora che era vedova, aveva 6 o 7 figli, andava al mercato a Sassuolo, lasciava i figli a casa, uno aveva le scarpe, l’altro aveva il vestito. Un giorno veniva a scuola un figlio, il giorno dopo veniva un altro con lo stesso vestito, si alternavano un giorno per uno perché avevano un solo vestito decente, poverina, non avevano niente, mentre noi avevamo tutto.
Io ho fatto fino alla terza, poi sono stata in casa ad aiutare la mamma. A 14 anni ci siamo trasferiti a San Bartolomeo, io non sono mai andata a servizio, mia sorella sì, lei era innamorata dei soldi ed è andata a servizio, io non ero innamorata dei soldi, io ero innamorata di mia madre preferivo restare in casa, era tanto buona e preferivo stare con lei.
Guarda questa fotografia, c’è tutta la borgata, sulla panca sta seduto il padrone, qui c’è mio padre e questi sono gli altri contadini, con le loro mogli e i bambini, guarda che squadra. (Ottavia mi mostra una fotografia molto bella, dietro vi è una scritta “Telarolo 1930, Adolfo Corradini”). La fotografia ritrae il padrone con tutti i suoi contadini e le loro famiglie.

Adolfo era mio padre, mentre mia madre si chiamava Carboni Pia, i miei fratelli erano Brenno, Ferruccio, Dorino, l’Argenta, Nando, la Nina, Emore e io l’Ottavia, e uno che è morto giovanissimo.
Mio fratello è morto che aveva pochi mesi, era nella culla e tutti noi lo circondavamo, ma non potevamo fare niente, c’era tanta neve, le strade non erano praticabili, mancavano i dottori,
non c’erano biciclette per andare a Castellarano per cercarne uno, aveva il male della gola, probabilmente una bronchite, non aveva un anno. Vasco si chiamava. Una volta i dottori giravano con il cavallo, ma le strade non erano praticabili.
In autunno, finita l’estate, il padrone organizzava una festa: prendeva tutti i bambini e gli faceva fare la corsa dei sacchi, gli dava le paste, le caramelle, ci divertivamo tanto.
Questo (indicando le persone della foto) è Rabitti, quello che faceva ridere tutti il paese, c’è anche mia madre, questo era una persona poco seria, non mi piaceva, ci sono quattro uomini, le donne e tutti i bambini. Rabitti andava a tutte le feste, cantava, una volta ad un pranzo c’era una bella tavolata, le donne gli hanno preparato un piatto di cappelletti con dentro solo dell’aglio tritato. Prende il suo piatto, c’era tutto il brodo sopra, che faceva una bella figura, quando s’è messo in bocca i primi cappelletti, tutti si sono messi a ridere.
I lavori agricoli venivano fatti tutti a mano, con solo la forza delle braccia, allora ci si aiutava, e alla fine si facevano le tavolate, si organizzava una grande cena per ringraziare gli amici per l’aiuto ricevuto e per festeggiare il buon raccolto.
Questo capitava quando segavi lo strame, poi con il fieno. Gli altri aiutavano noi, poi mio padre e i miei fratelli andavano a casa loro, ci aiutavamo l’uno con l’altro.

Ottavia è la bambina con la bambola in mano

In questa foto ci siamo tutti: l’ha fatta fare mia madre in ricordo della famiglia prima di andarsene dal Telarolo, ne aveva voluto due, tre copie e ne voleva una nella cassa, non voleva lasciare la famiglia.
Io e mio fratello avevamo la bambola e la palla eravamo i più piccoli. Eravamo tutti ben vestiti, mio fratello aveva la cravatta, era elegante, un bel ragazzo, era il più vecchio.
Siamo rimasti in quattro fratelli, tre donne ed un uomo. Nando ogni tanto mi telefona allora ci mettiamo d’accordo e ci vediamo al bar insieme per fare due chiacchiere.
Successivamente ci siamo trasferiti all’Ara, una borgata vicina. Un giorno tirava un forte vento, io e la Rina eravamo andate in casa a chiudere le finestre, mio padre si stava riposando nel fienile mentre mio fratello, quello più piccolo, che adesso è
morto, era nella stalla e stava vuotando dei fossi. La casa era sotto ad una montagna, all’improvviso è arrivata una saetta tanto grossa che sbatte contro la trave di cemento sul portone della stalla, non riesce a forarlo, rompe un mattone e una finestra della stalla. Ha ucciso tutte le vacche che erano sdraiate, una doveva partorire dopo poco, e un bue. Ha distrutto una stalla di vacche. Le bestie che avevano i piedi sul legno si sono salvate, quelle appoggiate sui mattoni sono morte tutte; infine la saetta è andata a sfogarsi sul pozzo nero. Quando è entrata, ho sentito un ciocco: rumore tanto grosso, tanto grosso, abbiamo stretto gli occhi e ci siamo nascoste dalla paura. Nella stalla c’era mio fratello piccolo, la saetta l’ha colpito di striscio, l’ha sfiorato nel collo, si è bruciato. Quando hanno aperto il portone è uscito un fumo, un fumo, che sembrava una bomba. Io queste cose non le dimenticherò mai.
Ero cresciuta ed avevo il compito di portare il bidone del latte al casello, la strada era ripida e una volta scendendo, mi era caduto, per fortuna che non si era aperto.
Io e le mie sorelle dormivamo nella camera al secondo piano, sotto al tetto, una sera vedemmo l’aurora boreale. Rimanemmo alzati tutta notte ad ammirare questo spettacolo meraviglioso, nel cielo c’era un grande fuoco rosso, poi, al mattino, è scomparso con l’arrivo della luce. Per vederla meglio dovevi salire in alto ed erano tutti in camera nostra. Noi l’abbiamo vista rossa, rossa, il giorno dopo c’era l’articolo sul giornale.
Non dimenticherò mai quello spettacolo.

Ottavia e Cesare all’Ara

Metà al padrone, metà al contadino
In autunno, a fine della stagione, ammazzavi le pecore, il maiale e avevi mezza vacca, l’altra metà era del padrone. Iniziavi a fare i salami, i cotechini; la carne di pecora veniva conservata in salamoia; poi la mangiavi un po’ alla volta. Il papà acquistava un pezzo di manzo e la mamma preparava il brodo, faceva mezza pecora e mezzo manzo, un pezzo di gallina, ci veniva un brodo favoloso. Avevamo le galline, le uova e il maiale, non ci mancava nulla.
Il padrone andava a Montefiorino a comprare le pecore, che erano magre, magre, si vede che gli davano poco da mangiare. Noi gli davamo i farinacci, poi le portavamo nei campi, si
trasformavano, poi, quando erano ingrassate, le riportava a vendere a Montefiorino e ci guadagnava bene. Avevano una schiena bella piena, larga così. Le vendeva bene, ci raddoppiava su quello che aveva speso quando le aveva acquistate.
Purtroppo toccava a noialtri bambini portare fuori le pecore, quando potevi uscire a giocare, dovevi invece portare in giro le pecore. Va a quel paese anche le pecore, le ho odiate tanto, io e anche mia sorella!
Alla fine però il padrone ce ne lasciava macellare 3 o 4, ce ne lasciava un po’ da ammazzare.
Un giorno, mia sorella era fuori in cortile, seduta che lavorava con l’uncinetto: noi avevamo una pecora cieca che, quando restava sola e non sentiva il rumore del gruppo, iniziava a belare e cercava di scappare. Quella volta la Rina l’ha sentita correre, ha alzato la testa, la pecora le è corsa dritta contro e l’ha centrata in pieno, lei è caduta e noi tutte a ridere, lei no, le sanguinava il naso.
Una volta avevamo voglia di sughi, ma dovevamo stare attente, la padrona guardava sempre quello che facevamo. Io e mia sorella siamo andate a prendere due, tre grappoli di uva moscatella. Erano buoni, li abbiamo schiacciati in un tegamino, poi con due, tre sassi abbiamo acceso un fuochino nel campo. Noi ci eravamo nascoste, ma il fumo ha fatto la spia, lei era sempre alla finestra, è venuta vicino a noi pianino, pianino, e ci ha fatto piangere: “Adesso lo dico a vostro padre, ci pensa lui!”. Mio padre, se facevamo qualcosa di irregolare, ce le
suonava, “Guarda qui, vengono a consumare l’uva!” per tre grappoli d’uva ha fatto una confusione, abbiamo buttato via tutto, perché se lo andava a dire al papà noi le prendevamo. Ha visto il fumo, noi non ci pensavamo, la Rina era intenta a mescolare, io guardavo: “Se fev ragasi, le?” (che cosa fate ragazze?) non siamo neanche riuscite a parlare, abbiamo preso una paura, una è scappata da una parte e l’altra è scappata dall’altra. Lei era sempre alla finestra a guardare quello che facevamo.
Una volta mia madre aveva piantato le patate, tanto belle grosse, ma alle volte ne raccoglieva un po’ nel grembiule per fare i gnocchetti per i suoi figli. Era un diritto, le aveva piantate lei!
Quando le raccoglievano tutte e le dividevano, metà alla padrona e metà al contadino, ma ogni tanto mia madre ne prendeva un po’ per fare da mangiare, allora lei arriva e chiede: “Che cosa fai?”, “A,signora padrona, ho raccolto un po’ di patate per fare i gnocchi per i miei figli”. Signora padrona bisognava chiamarla, non padrona: “Ah si, adesso le patate le hai prese, quando divideremo ne darai di più a me.” Lei controllava tutto e voleva la metà delle patate che aveva raccolto mia madre.
Guarda che roba! Controllare e riprendere uno che aveva colto due patate. Ma era così.
Il contadino coltivava la terra doveva dividere tutto quello che produceva con il padrone, anche i fagioli. D’inverno se ne
mangiavano di fagioli, lei veniva lì a fare i mucchi, uno al padrone e uno al contadino.
Un’altra volta: “Ieri che cosa avete sbattuto, quel pero là?” Avevamo dei peri moscatelli, lunghi così, buoni, gialli. Andavamo a raccogliere due pere: “E se poi ti vede la padrona?”, “Ma ha tutte le finestre chiuse!”. Lei le teneva accostate e guardava quello che facevamo. Delle pere così buone che non ne ho più mangiato. È venuta fuori dalla porta, ha chiamato mio padre: “Corradini, mi dica che cosa fanno quelle donne là, le tue figlie!” siamo scappate, ne volevamo tre o quattro da portare in casa e mangiare con comodo, lei era alla finestra a guardare. Se le coglievi dovevi fare a metà con lei. Alla mattina andavi sotto alla pianta, raccoglievi le pere cadute, le mettevi nel grembiule e ti nascondevi in cantina a mangiarle subito, erano favolose, come l’uva. Non ne ho più mangiata di così buona.
Ogni anno c’era la fiera, a Scandiano. A Castellarano, ogni borgata faceva la sua fiera, e noi ci andavamo a piedi. A Rondinara, prima del ponte. c’era il negozio del marito di mia sorella, che faceva il meccanico per biciclette e in occasione della fiera faceva dei buoni affari; mia sorella era la più vecchia, del 1912.
Una volta è scappato un ladro di Scandiano, si era nascosto in mezzo al nostro campo di granoturco, proprio all’Ara. Lui era scappato dalla galera, tanti carabinieri, erano venuti su, sembrava un esercito, lo cercavano da tutte le parti. Il granoturco era alto, lui si era messo a sedere e non l’hanno
visto, è riuscito a scappare. Il campo era molto grosso, hanno cercato, ma non sono riusciti a trovarlo.
Mio padre aveva otto figli, li ha fatti andare a scuola tutti, chi ha fatto la terza, chi ha fatto la quarta e chi ha finito la quinta, dopo andavano a lavorare nei campi.

L’aratura
Una volta si arava con le bestie, si partiva alle tre, tre e mezza di notte, perché era più fresco. Non c’erano i trattori una volta; ci si alzava e si portavano le bestie nei campi. Mio padre legava davanti due coppie di vacche e dietro i buoi che tiravano di più. Quando io e mia sorella ci trovavamo nei campi, dovevamo colpire le bestie con un frustino per incitarle a lavorare.
Una notte mio padre mi mandò a casa perché avevamo dimenticato una corda. Sono corsa lungo una carraia, sono caduta, non ricordo bene, ma mi sono addormentata. Loro tutti nei campi ad aspettarmi con le bestie ferme ed era ora di lavorare, dopo saliva il sole, veniva caldo e doveri riportare le bestie nella stalla. Mi venne a cercare mia sorella, corse a casa, prese la corda e tornò da mio padre e gli spiegò: “è là, lungo la carraia, che dorme come un sasso nel prato, in mezzo alla rugiada”.
Bisognava stare vicino alle bestie, frustarle affinché andassero. I buoi stavano vicino al timone perché avevano più forza. Poteva essere un tiro a quattro o sei animali. Avevamo un
aratro molto grosso ed allora serviva della forza per spostarlo, ce lo chiedevano tutti in prestito perché aveva una lama larga che prendeva un bel pezzo di terra.
Io ero piccola, frequentavo le scuole elementari, e dovevo aiutare, usavano tutti, solo che avessi due gambe e due braccia, ma la fame non l’ho mai patita.
Non c’erano macchine, l’aveva solo il padrone, ricordo che una volta un mio amico curioso, riuscì ad entrare sulla macchina del padrone, toccò qualcosa, forse il clacson, che suonò e scappammo via tutti. Se se ne fosse accorto il padrone sarebbero stati guai!

Il Casinazzo
La mia famiglia si è trasferita a San Bartolomeo nel 1940 all’inizio della guerra, io avevo 13, 14 anni.
Il Casinazzo è una borgata composta da poche case sulla strada che dal Ghiardo porta a San Bartolomeo, a mezza costa. Alla fine del cortile c’era il canale e i campi scendevano fino ai Fontanazzi. La casa era molto vecchia: si dice che una volta tutto il complesso di case fosse un convento. È di origini antiche. La casa padronale ha una loggia davanti, mentre il muro esterno della nostra casa ha la parte sotto al tetto decorata con dei rosoni molto belli. Sul muro esterno della casa c’è una nicchia con una terracotta che rappresenta la Madonna con il bambino, dove, durante il mese di maggio, veniva recitato il rosario.

I rosoni del Casinazzo

Mio padre aveva preso in affitto dai padroni un podere con la casa e una bella stalla grande. C’erano 4 poste per parte per le mucche, lo stallino per il cavallo e la posta per il maiale; sul fianco c’era un grande portico che finiva con una costruzione bassa, di servizio, di fronte alla nostra casa. Al centro del cortile c’era il pozzo per l’acqua.
A fianco della casa, nella parte opposta alla stalla, c’era una costruzione parzialmente in rovina, la usavamo come ricovero per il cavallo di papà. Sotto alla tettoia c’era il forno per cuocere il pane, e di fianco la scala che portava alla camera del primo piano. La parte più vicina alla casa era in buone condizioni e poteva essere utilizzata come abitazione: la stanza a piano terra, una bella stanza quadrata con il pavimento in sasso, veniva chiamata “la Tinasera”. Veniva usata per tenervi i tini, le botti, in occasione delle feste, le fiere, i matrimoni, la
stanza veniva vuotata e si trasformava in sala banchetto perché in cucina non ci stavamo tutti a mangiare. La stanza sopra, al primo piano, veniva usata da mio fratello con sua moglie, quando si è sposato.
Sulla stalla c’era il fienile, di lato, verso i campi, vi era una lunga tettoia che si chiudeva ad angolo di fronte alla casa, in modo da creare una corte chiusa su tre lati con la centro il pozzo. Sotto al portico avevano scavato una stanza sotterranea per nascondere i partigiani. In questa stanza avevano aperto un passaggio verso i campi per far uscire i partigiani che, in questo modo si potevano allontanare dalla casa verso il Quaresimo, un torrente che andava verso San Bartolomeo, senza farsi vedere dalla strada.
Mio padre aveva il cavallo, lo usava per spostarsi e per i lavori nei campi, per tirare il carro con il fieno. Se c’era da andare a prendere l’erba attaccava il carretto al cavallo e andava. A Cavriago avevamo 7, 8 biolche di prato da lavorare, era un prato vecchio, terra buona e faceva tanto fieno, dei carri pieni di fieno, e noi lo tagliavamo per portarlo a casa per le nostre mucche.
Dovevamo fare attenzione, il cavallo che trainava il carro conosceva la strada da percorrere, e quando arrivavi a Codemondo, che poi iniziava la salita, iniziava ad accelerare l’andatura. Tornando indietro riconosceva la riva della strada. Sulla strada del Ghiardo, quando voltava per venire giù al Casinazzo, dove la strada è in discesa, si metteva al galoppo, per arrivare prima. Arrivava a casa che aveva una lingua lunga così. Era pericoloso perché il carro si poteva rovesciare, se ci
restavi in mezzo ci restavi sotto tu e lui, il fatto è che correva forte.

La guerra
Durante la guerra, una domenica mattina, avrò avuto 15 o 16 anni, era venuto un fascista da Reggio a San Bartolomeo a parlare, a spiegare la necessità della guerra. Noi eravamo curiose, abbiamo perso la messa e siamo andate a sentirlo. Diceva: “Stringete la cinghia, che vinciamo la guerra!” Voleva dire, mangiate di meno, che dobbiamo vincere la guerra, sapeva dire solo quello lì, ci chiedeva dei sacrifici per risparmiare dei soldi per finanziare e vincere la guerra. Che gli venisse un fulmine! Lo abbiamo ascoltato un po’ poi siamo scappate fuori e abbiamo riso tanto, l’abbiamo messa in ridere, anche se la guerra è una tragedia.
Ne abbiamo passato tante!
Un giorno, in pieno periodo fascista ci siamo uniti in una squadra, tutti della zona di San Bartolomeo, eravamo una ventina e siamo andati a Reggio in bicicletta. Avevano catturato un gruppo di giovani dei comuni della bassa, tutti ragazzi di 16, 17 18 anni e li avevano portati dentro Villa Cucchi per interrogarli. Erano tutti là in due o tre davanti ad ogni inferriata, che ci battevano le mani, ci chiamavano. Noi urlavamo: “Li vogliamo fuori!”. Non abbiamo fatto in tempo a dire quella frase che i fascisti hanno preso una mitraglia e TATATATATA. Io ero sotto alle piante e mi sono arrivate
tutte le brocche (i rami) addosso, altre sono riuscite a scappare, ma io ero la prima davanti e sono stata l’ultima a scappare. Siamo andati tanto forte, tanto forte fino a quando sono arrivata a casa, senza che i nostri genitori avessero saputo che eravamo andate a Reggio, io e mia sorella! Non avevamo detto niente alle nostre famiglie. Avevamo detto loro che ci trovavamo a casa di un’amica, e invece ci eravamo messe d’accordo per arrivare a Reggio davanti a Villa Cucchi.
Una volta una signora, che abitava nelle vicinanze della villa, mi raccontava che vi era un buco dove la gente alle volte riusciva a passare per scappare fuori: “Guardate che in cantina c’è un passaggio per scappare nella strada” e certuni l’hanno saputo, l’hanno trovato e sono riusciti a scappare. Ho trovato una donna che me lo ha raccontato poco tempo fa.
Villa Cucchi era ben conosciuta durante la guerra: veniva utilizzata per condurre gli interrogatori sulle persone arrestate. Per avere le informazioni usavano anche la tortura; ad una nostra amica avevano tagliato la mammelle, delle nostre amiche che erano partigiane sono state stirate con il ferro rovente, picchiate nella schiena.
Quando la guerra è finita siamo andati dentro alla Villa e siamo venuti a conoscenza di fatti inauditi. Non doveva essere restituita al suo padrone, Villa Cucchi doveva restare come testimonianze di quello che avevano fatto.
La nostra era una famiglia di antifascisti. I miei fratelli e Cesare (il futuro marito) sono scappati con i partigiani. Io e mia sorella cercavamo di aiutare, facevamo le staffetta
portando i messaggi o quello che bisognava portare. Se c’era da portare una pistola, da passare degli ordini, mandavano noi giovani perché davamo meno nell’occhio.
Durante la guerra noi eravamo amici, non eravamo ancora morosi, ci siamo messi insieme successivamente. Alle volte c’erano i fascisti che venivano su, c’era da andare nelle case dei conoscenti per vedere cosa succedeva.
Una volta mia sorella, con una borsa piena di uova, era andata a casa di Cesare per portare degli ordini, doveva avvisare che stavano arrivando i tedeschi e i fascisti, e i partigiani dovevano scappare. Dovevi avere qualcosa con te, perché se venivi fermata, dovevi avere una scusa credibile, dicevi che portavi le uova. Mandavano noi ragazze, che non eravamo controllate. Una volta in una casa verso Barco c’erano nascosti dei partigiani, arrivavano i fascisti e allora la vecchia che abitava nella casa, che la conoscevamo bene, è uscita urlando: “Lasciate stare, non c’è niente, non c’è nessuno!” a braccia alzate. Se stava ferma in casa, probabilmente non le succedeva nulla. C’era molta tensione, probabilmente ad un fascista è scappata una raffica e a quel punto i partigiani hanno risposto al fuoco, lei era fuori nel cortile, è stata colpita nelle gambe, nella schiena, l’hanno portata all’ospedale e l’hanno salvata, ma è sempre stata male. I fascisti stavano girando fra le case perché avevano saputo che c’erano dei partigiani nascosti, che dovevano andare in montagna. Erano fermi nelle case più isolate per riposarsi e poi ripartire. Quella era una casa isolata nei campi, nessuno sapeva niente, ma si sono trovati i fascisti
nel cortile, e lei esce a dire “Non c’è nessuno, andate via, andate via!”. Loro erano tutti armati con le mitragliette.
Nelle case vicine non si sapeva che cosa era successo, la gente non poteva uscire per informarsi, era pericoloso. Allora mandarono la Rina, mia sorella, per vedere che cosa era successo con una borsa con delle scarpe rotte, se la fermavano doveva avere la giustificazione, poteva dire che portava le scarpe ad aggiustare nella casa vicina. Era una ragazza giovane, non le facevano niente, non sembrava una partigiana. Quando è stata dentro ha visto un uomo sdraiato, sporco di sangue. Era stato ferito durante il combattimento e lo avevano portato in casa di Cesare. Il pavimento era fatto con i madoni, che erano stati posizionati con delle grosse fessure fra uno e l’altro, il sangue era andato tutto li e aveva sporcato di sangue tutto il pavimento di casa.
In quella casa la Rina ascoltava quello che dicevano, io non c’ero, ero più giovane, non mi hanno lasciato andare, hanno mandato mia sorella che aveva due anni più di me. I fascisti dicevano: “Oh, adesso, quando andiamo a casa da sua sorella, ammazza tutti”, si vede che il giovane proveniva da una famiglia di fascisti cattivi. Discutevano fra di loro: “Io non ci vado a portarlo, no io non ci vado!” , discutevano fra di loro e intanto la Rina ascoltava.
Quando finalmente si sono decisi, l’hanno caricato sull’auto e l’hanno portato a Reggio per vedere se riuscivano a salvarlo, ma non ci sono riusciti, perché era ferito nella pancia. Nel frattempo i partigiani erano riusciti a scendere dalla scala, erano passati in cantina e poi erano scappati in mezzo ai campi
salvandosi. La Rina è tornata giù da noi per raccontarci cosa era successo. Cesare, che era a casa, si era nascosto dietro all’armadio, c’era il camino che andava su, di fianco all’armadio e dietro c’era lui, era tanto magro che è riuscito a nascondersi, non l’hanno visto. Nella casa c’erano solo due camere e il solaio, i fascisti erano andati a vedere se c’era qualcuno, ma non l’hanno visto.
Cesare doveva essere chiamato per il servizio di leva militare, per non andare, mangiava solo insalata e verdure, un’insalatiera grande così per ogni pasto. Con l’insalata non cresci e, quando si presentava alla visita i medici lo rivedevano per insufficienza toracica. E poi era andato nei partigiani.
Ah, ne abbiamo passate, gli anni più belli della nostra vita li abbiamo passati in mezzo a quella guerra maledetta lì. Non potevi vivere, non ti potevi muovere, non potevi andare a Reggio avevano tutto loro, avevano tutto loro.
Noi siamo sempre stati contadini, avevamo un podere grande da coltivare, una stallata di vacche.
Mamma mia! ma che momenti che abbiamo passato, che gioventù!

I partigiani in montagna
In quel periodo Cesare era in alto, a Civago, nella zona dello Sparavalle e del Cerreto, sull’appennino. È venuto giù quando è finita la guerra, è sceso quando i tedeschi scappavano.
I maggiori combattimenti fra partigiani e tedeschi si verificavano sull’alto appennino. Una qualche pallottola la prendevano anche i partigiani e allora c’era da portarli all’ospedale. C’era una strada alta con di fianco un ricovero basso, una stalla dove tenevano le pecore, si vedeva poco dalla strada e aveva una finestrina sul lato della strada, i partigiani prendevano i feriti e i morti, li facevano passare dalla finestra e poi li nascondevano. Era un gran camerone dove tenevano le pecore e lì c’erano alcune donne che li medicavano, erano ragazze di Modena.
In seguito, con dei bastoni costruivano delle barelle per trasportare i feriti gravi fino a Castelnuovo, a piedi, in mezzo ai campi. Facevano dei lavori che, guarda, a raccontarli non sembrano veri. La stalla era vicino al Cerreto, mentre i feriti gravi, venivano trasportati sulle barelle, i tedeschi non vedevano tutta la montagna. I partigiani, che erano della zona, prendevano i sentieri, si nascondevano nei boschi, ma facevano una gran fatica a scendere dato che c’era la neve e ad ogni passo sprofondavi di mezza gamba.
I feriti non li volevano nelle case, c’erano i tedeschi: i fascisti se ti trovavano un ferito in casa ti ammazzavano, c’era una paura tremenda.
Non avevi tempo per riposarti. Una volta Cesare aveva le scarpe scucite, se le è tolte, le ha date al calzolaio da cucire. Ha aspettato sotto al portico, scalzo, con i piedi sulla paglia. D’inverno, a piedi nudi sulla paglia, si stava bene, sembrava di avere le calze, la paglia era calda. Quando il calzolaio ha finito è tornato in montagna a combattere.
La ritirata
Durante la guerra c’erano i tedeschi e i partigiani che giravano, era molto pericoloso. Durante la ritirata una lunga colonna di mezzi e uomini passava nella strada davanti a casa nostra, Veniva da San Bartolomeo, il guado e, arrivata sul Ghiardo, proseguiva verso Cavriago e Parma.
Un giorno, durante la ritirata, dai campi dietro la casa, che si trovavano su di un livello più basso rispetto al cortile, ho visto un gruppo di partigiani avvicinarsi, erano sette otto ragazzi armati con vecchi fucili. Dall’altra parte, sulla strada, vedo scendere una camionetta pieni di tedeschi armati di mitraglia, erano in ritirata. I partigiani, dai campi, non vedevano i tedeschi che sulla strada, si trovavano su di un piano più altro, ma se continuavano ad avanzare sicuramente si sarebbero incontrati e, se i tedeschi vedevano i partigiani, ci sarebbe stato un combattimento e avrebbero bruciato tutta la borgata, sparato ed ucciso tutte le persone che si trovavano nelle vicinanze. Non mi potevo muovere, se scappavo ad avvisare i partigiani i soldati se ne sarebbero accorti, non potevo urlare. Per fortuna, girata di spalle alla strada potevo guardare i campi e, muovendomi pochissimo e parlando sottovoce sono riuscita ad attirare l’attenzione dei partigiani per avvisarli del pericolo imminente. Stavano arrivando al livello del cortile. Per fortuna i partigiani mi hanno capito, si sono fermati e si sono ritirati dietro alla siepe vicino al fosso, la camionetta è passata e non ha visto nulla. Potevamo morire tutti.
Davanti a loro c’era un contadino, tanto spaventato, che doveva governare una lunga fila di vacche, che i tedeschi avevano
portato via ai contadini, le doveva portare verso Parma dove le caricavano sui camion per portarle in Germania.
Mio padre aveva acquistato una bicicletta da donna bella, ma aveva paura perché durante la ritirata portavano via tutto. L’aveva nascosta in fondo al cortile sotto ad alcune fascine, ma nella fretta si vedevano alcuni raggi della ruota posteriore. All’improvviso una camionetta si ferma e scende un tedesco che doveva fare i suoi bisogni, si avvicina al mucchio di fascine, noi restiamo fermi preoccupati, se riconosceva i raggi poteva prendere la bicicletta e noi non potevamo fare nulla. Per fortuna si è allontanato senza fare nulla, abbiamo tirato un grosso sospiro e siamo andati subito a gettare altre fascine sulla bicicletta. Al ghiva da ander a piser, lè andee a piser insema alla nostra bicicleta, (doveva pisciare, è andato a pisciare sulla nostra bicicletta) c’erano sopra delle fascine, ma si vedeva una ruota, forse non aveva guardato, aveva pisciato, bevuto tanto latte dal secchione, e poi è andato.
Magari ci avessimo messo della salapa (purga), così poi se la facevano addosso fino in Germania! Se un tedesco la vedeva ce la portava via, ma portare via una bicicletta allora era come portare via una macchina di adesso.
Scappavano tutti verso il Po, con le biciclette e con i cavalli, poi hanno cercato di attraversare il fiume con i cavalli e molti sono annegati, perché pensavano che fosse un fiume basso, con poca acqua. Hanno tentato l’attraversata e sono annegati. Non mi è dispiaciuto per quello che è successo ai tedeschi, avevano limitato le nostre libertà, li odiavamo tanto.
Quando passava la colonna in fuga non potevi fare nulla, ti prendevano tutto e se ti lamentavi ti sparavano.
La ritirata è durata alcuni giorni e dovevamo stare attenti. Mio padre questo lo sapeva bene e, con i miei fratelli, aveva scavato due grossi buchi su di un lato dell’aia e aveva seppellito i paioli di rame, gli attrezzi, le lenzuola, la biancheria e tutto quello che ci poteva essere rubato. Ci avevamo nascosto anche il frumento e la farina, ne avevamo tanto perché eravamo una famiglia numerosa, eravamo in nove e ci voleva molta roba per preparare da mangiare. Poi ha coperto il tutto con la terra e quando i tedeschi sono passati non hanno visto nulla.
Sulla porta di casa aveva messo due grossi contenitori del latte con due grossi mestoli; tutti i tedeschi che passavano si fermavano a bere e continuavano la ritirata, ma nessuno entrava e cercava nella stalla. Quando un contenitore si vuotava, andavamo a mungere le mucche e lo riempivamo subito, così nessuno è entrato. Grazie allo stratagemma pensato da mia padre i tedeschi si sono dissetati con il latte, ma non ci hanno preso nulla.
Peccato che non avevamo della purga, da metterci dentro, avrebbero avuto la diarrea fino in Germania, quei maledetti tedeschi.
Ci siamo svegliati alla mattina con tutta questa colonna che scappava perché dietro c’erano i partigiani che sparavano. Passata la colonna arrivavano dei tedeschi isolati, sbandati, anche loro erano pericolosi perché erano spaventati, disperati.

il portone della casa del Casinazzo dove la famiglia offriva il latte alla colonna tedesca in fuga per evitare che entrassero a razziare

Una volta un tedesco isolato ha incontrato un nostro amico di Cavriago, ha cercato di prendergli la bicicletta. Una lotta, si spingevano, strattonavano, ma alla fine il mio amico è riuscito a strappare la bicicletta dalle mani del tedesco ed è scappato, ma ha rischiato la vita, perché gli poteva sparare. Erano scappati giù dalla montagna e gli correvano dietro, era una colonna grossa di tedeschi.
Un’altra volta mi avevano consegnato due pistole da portare ad un partigiano di Coviolo, un nostro amico, che era disarmato. Le avevo messe nella borsa che poi avevo riempito con altra roba. C’era l’erba alta, io camminavo in mezzo ai campi e la
tenevo un po’ nascosta in mezzo all’erba. Sono andata nel fosso, ero piccolina, e il fosso era fondo, non mi hanno neanche guardato. Andavano e io avevo due rivoltelle, se mi trovavano con le due rivoltelle mi ammazzavano! Ho corso dei rischi.
I miei fratelli si nascondevano nello stanzino scavato in fondo al cortile, come ti ho fatto vedere, se arrivavano i tedeschi loro si nascondevano, restavano fuori solo i vecchi e i bambini.

La fuga nei campi
Una volta ho accompagnato mia madre al pastificio a Cavriago per fare la pasta. Con il grano andavi al mulino a far macinare la farina, poi preparavi l’impasto, facevi il “pastoun” e lo portavi al pastificio dove, con i macchinari, veniva trasformato in spaghetti e macaroni, poi veniva asciugata, in tre, quattro ore si seccava, erano dei buoni macchinari.
Andavamo con delle ceste, li stendevamo bene e poi quando arrivavamo a casa li stendevamo ancora perché erano un po’ umidi. Il pastificio si trovava sul lato di una strada principale. Mentre eravamo fuori dal negozio, arrivò una camionetta con sopra tre persone tanto brutte, bruttissime, i tedeschi avevano fra le loro fila delle squadre di mongoli. Io stavo parlando con una mia amica, ero distratta, ero una ragazzina, loro sulla strada rallentano perché vedono tanta gente davanti al negozio. La camionetta si ferma ed iniziano a guardarmi, ero giovane, ero una ragazzina, mi guardavano, poi si guardavano fra di loro e si misero a ridere. Mia madre se ne era accorta, i militari erano
ancora sulla camionetta e lei mi chiamò, mi fece entrare nel pastificio che era grande e aveva una seconda porta che lo collegava con un’altra via di Cavriago. Il pastificio c’è ancora. Si era accorta che mi guardavano, se aspettava ancora un po’ mi caricavano sulla camionetta, mi portavano via e non tornavo più indietro. Io ero distratta, ero fuori con delle amiche che chiacchieravamo. Mia madre era una donna tanto intelligente, sempre attenta, con uno sguardo capiva le mosse della gente. “Ottavia, vin chè, vin chè ca gò bisogn!” (Ottavia, vieni qua, vieni qua che ho bisogno!) appena entro mi fa uscire dall’altra porta e mi manda a casa a piedi, dai campi, “Va a cà, va a cà, va a cà, che ché ag peins me!” (vai a casa subito che qui ci penso io). Loro con la camionetta usavano la strada, ce n’era un’altra, ma io non l’ho usata, ho lasciato la bicicletta e a piedi ho preso per i campi, ho attraversato i guadi dei torrenti, mi guardavo sempre indietro, anche se loro non c’erano e non mi sono fermata finché non sono arrivata a casa. Sono arrivata a casa che non tiravo più il fiato dalla paura,a vedere quei mongoli lì. Guardavano e poi ridevano, se volevano ti prendevano e ti portavano via, ma io e la mia amica siamo scappate.

Il figlio del casaro
A San Bartolomeo il casaro era uno che stava bene, lavorava il latte, aveva un figlio che aveva 15 o 16 anni. Appena finita la guerra, insieme ad un dipendente del padre è andato sopra a Quattro Castella dove c’era un nido dei tedeschi. Sotto terra, c’era un deposito di armi.
Quando c’è stata la liberazione siamo usciti tutti, eravamo tutti nelle strade, che ridevamo, ballavamo, non volevamo più pensare alla guerra.
Il figlio del casaro voleva prendere i bengala, e lì ce n’erano molti. Aveva preso un servo che era in famiglia ed erano arrivati al deposito, il ragazzo era voluto entrare, in fondo i tedeschi erano scappati, e i bengala avevano dei pezzi di tela bianca bellissima che sembrava seta, faceva gola. Lui è sceso, ha pestato una bomba che i tedeschi avevano preparato prima di scappare ed è scoppiato tutto.
È rimasto là, avevano solo quel figlio.
Il dipendente si è salvato perché era rimasto fuori. Era un ragazzo tanto bello, giovane, educato, andava a scuola a Reggio e c’è rimasto così.
Mi ricordo, con la liberazione, avevano preso un fascista, lo aveva catturato un mio amico. L’hanno portato fino a casa nostra da Cavriago, l’hanno messo contro al muro, era un fascista, fascista, di quelli che bastonavano. Mia madre si è lamentata: “Ma che cosa fate, non lo fate qui, ma Ivo, Ivo, non gli sparare non gli sparare che dopo noi non riusciamo più a dormire al ricordo di una persona che è stata uccisa contro quel muro lì, ma portatelo via!” Il fascista era fermo contro il muro ad aspettare la raffica, e allora il partigiano, Ivo, che ora è già morto, è stato cosciente e l’ha lasciato andare a casa.
Finita la guerra
Finita la guerra abbiamo cominciato a ballare, a ballare, a ballare, avevi voglia di divertirti, avevo 19 anni! Facevamo poi delle festine fra di noi, qua in zona. A Reggio di sera organizzarono delle feste grandi: chiamavano tutti i partigiani, appena finita la guerra; i miei genitori non mi hanno lasciato andare, e hanno fatto bene ero tanto giovane.
Cesare ci andava con una sua amica. Noi ci siamo frequentati dopo, non morosavamo ancora. Cesare veniva fuori anche con il nostro gruppo di amici, noi andavamo nelle case dove c’era spazio e ci accettavano. Ad esempio, a casa nostra, se i padroni sapevano che avevamo ballato, ci mandavano via, ci mostravano “le cambiali”. Invece dove i contadini erano padroni il podere era suo, potevamo ballare e allora, se c’era una stanza grande ci riunivamo lì.
C’era uno di Cavriago che aveva il giradischi con i dischi, lo chiamavamo, era il nostro suonatore, ci divertivamo così, eravamo ragazze.
Finita la guerra alcune famiglie di contadini avevano preso dei bambini figli di povera gente di Milano che non avevano da mangiare. Ci avevano detto di prendere questi bambini perché nelle grandi città c’era molta miseria, c’era la fame. Le famiglie contadine reggiane hanno aiutato come potevano sfamando i piccoli durante l’inverno.
Noi eravamo di cultura contadina, tutti avevamo un pezzo di pane e allora li avevano divisi. Un contadino di Codemondo ne
aveva preso due, i bambini trovavano un pezzo di pane da mangiare ed erano contenti. Uno è rimasto qui, non è tornano dalla sua famiglia. Era arrivata sua sorella per prenderlo, ma lui non voleva tornare a casa, perché qui stava bene. Quel ragazzo poi è tornato qui, si era affezionato alla famiglia, credo facesse l’imbianchino.

Il lavoro in miniera
Finita la guerra Cesare era andato a lavorare in miniera, là sotto a 400, 500 metri, in Belgio, nel 1949, 1950. Sotto terra i minatori dovevano seguire la vena del minerale e scavavano tanti rami su vari livelli, era facile perdere l’orientamento. Dovevi fare attenzione quando scendevi, una volta uno si era perso, è stato trovato dopo alcuni giorni.
Cesare scavava con il martello demolitore, dietro a lui c’era una un altro operaio che caricava i vagonetti con il badile e il cavallo portava il tutto all’ascensore. I cavalli vivevano in miniera, non salivano mai, veniva portato giù il fieno e si riposavano giù in miniera. Quando un cavallo scendeva non saliva più, lo tenevano sotto finché era buono.
Potevi scendere 400 metri, come 700, al lunedì andava in fondo, alla domenica si riposava. Lavorava e basta. Cesare ha fatto due anni, quando è successo il disastro di Marcinelle (il disastro avvenne l’8 agosto del 1956), non era coinvolto, lavorava in una miniera lontana, ma tutti si erano fermati dal lavoro.
Una volta la vita era molto pesante, i giovani da partigiani, finita la guerra vanno in miniera. Ma che gioventù, che gioventù!

Vita al Ghiardo dopo la guerra
Al Casinazzo abbiamo passato dei bei momenti, avevamo una stalla di vacche da governare, due per posta, pagavamo l’affitto al padrone e mio padre ha risparmiato dei bei soldi.
Dopo siamo andati via: noi fratelli ci siamo fatti una famiglia, mio fratello è andato a Cuneo, perché aveva conosciuto una di Cuneo, io sono andata sul Ghiardo, la Rina è andata in casa dei Bergetti, lì vicino. Io sono andata in casa con mia suocera, mio suocero non c’era più. La sorella di Cesare, l’Elena con Walter era andata in Nord Africa, dove nacque loro figlio, Amerigo, e tornarono in Italia solo molti anni dopo. I suoi due fratelli erano usciti di casa. Arnaldo si era sposato prima e si era trasferito a Cavriago insieme alla moglie dove lavorava come bovaro in una stalla di vacche e Gino che abitava al mulino a Montechiarugolo era andato a cercare lavoro a Torino.
La famiglia di Cesare era molto povera, aveva solo quel pezzo di terra lì con una casetta piccolina sopra, c’era solo una camera, noi dormivamo nel solaio. Sul Ghiardo siamo rimasti io, Cesare, la nonna, la mamma di Cesare e le nostre bambine, la Sonia e la Loredana. Cesare lavorava a Cavriago in una fabbrica dove costruivano le cassette di legno, lui non ha mai fatto il contadino, la terra la lavorava suo fratello Arnaldo,
oppure arrivava Gino ad aiutare, lui lavorava in una fabbrica grossa, tagliavano le piante, tagliavano le assi e poi facevano le cassette. In seguito è andato in Belgio, in miniera e quando è tornato a casa ha fatto il muratore in una cooperativa che poi è confluita nell’UNIECO.
Lavorava a Reggio, ma se la cooperativa aveva delle commesse lontano lui partiva, avevano vinto la commessa per costruire una scuola a Pisa e un’altra volta era andato a Firenze. Lui andava via, partiva la domenica sera e tornava a casa il sabato. Veniva a casa una volta alla settimana, ci sono stati per tanto tempo. Un giorno siamo andati a fare una gita, c’ero io, mia sorella, siamo andati a vedere le baracche dove dormivano. Eravamo tante donne che andavano a vedere dove i mariti avevano fatto le scuole di Pisa. Gli abbiamo guastato tutti i letti, nessuno aveva le lenzuola tirate su bene, erano schiacciate in fondo ai piedi, si vede che, per far prima, si coprivano con la coperta e basta. Abbiamo riso tanto, siamo andate a vedere le baracche e abbiamo riso tanto.
Cesare ha allargato la casa, ha costruito la stalla e la tesa (il fienile) dove avevamo sei vacche da latte, il maiale, tutto quello che serviva. Eravamo diventati contadini con un piccolo appezzamento di terreno. Però la casa non era nostra, era della famiglia, gli altri fratelli volevano dividere la proprietà, noi ci volevamo avvicinare a Reggio con tutte le comodità che questo comportava. soprattutto sua sorella insisteva e ci chiedeva di vendere. Se aspettavamo prendevamo di più, ma avevano fretta di vendere e ci siamo dovuti accontentare. Dopo la casa con il terreno è stata venduta, noi siamo andati in affitto nella villa
dei Gastinelli e la nonna è andata in via Solferino ad abitare con la céca (la Piccola, la figlia Elena), che nel frattempo era tornata dall’Africa.
Non abbiamo guadagnato molto, anche perché abbiamo diviso per quattro fratelli, però avevamo un po’ di soldi per comperare la terra e costruire la casa nostra. La mamma di Cesare è andata a stare con lei (l’Elena). Con noi la nonna non poteva fare quello che voleva, doveva stare attenta, bere brodo magro, non bere vino, la tenevamo a “stecchetto” perché aveva male al fegato e doveva stare a dieta. Invece l’Elena le dava quello che voleva: “Mangia, mamma, mangia, Non fa male quello che passa dalla bocca!”, ma è scampata poco, si vede che era la sua ora. È morta la domenica di Pasqua, all’ospedale vecchio, in città. Ero andata a trovarla insieme alla Sonia e alla Loretta, poco dopo è morta.
Alcuni anni dopo è morta anche l’Elena, all’improvviso, l’hanno trovata, al mattino, morta nel letto. Quando suo figlio ha liberato l’appartamento e ha fatto trasloco, spostando un quadro, ha trovato i soldi, nascosti sotto alla cornice.

La nostra casa
Quando abitavamo a Villa Gastinelli cercavo un pezzo di terra per costruire la nostra casa, l’abbiamo trovato e l’abbiamo pagato caro, perché è vicino alla città, era l’ultimo lotto.
C’era una parente che abitava qui vicino e sapeva sempre i fatti di tutti. Un giorno mi chiama e mi dice: “Ottavia, c’è un pezzo
di terra qua vicino, che deve vendere Corradi”, Corradi era un padrone che abitava nel quartiere e aveva lottizzato il suo terreno, io ci sono andata subito, perché ero una che, se si presentava l’occasione, si muoveva subito, Cesare invece era più tranquillo.
Pensa, noi eravamo in casa a fare il contratto e due persone, li vedo ancora, hanno detto: “Ci hai portato via la nostra terra!” Ho preso Cesare e gli detto di pagare subito! Erano 200.000 Lire per la terra.
Erano sette mesi che andavo da un ingegnere che abitava poco più avanti, che mi faceva andare a casa sua ogni due settimane: “Signora, la terra non è ancora sbloccata, torni fra dieci giorni”. Alla sera, finito di lavorare, mi faceva andare dentro per chiedere se la terra era stata sbloccata, ma non si concludeva mai. Questo lotto e quello di fianco dovevano essere acquistati da due parenti, ma avevano bisticciato ed uno aveva rinunciato all’acquisto.
Invece di andare a casa a cena sono venuta qui ad informarmi dai padroni, avevano già costruito tutte le case intorno. Il posto mi piaceva, era vicino alla città. Se fosse stato per Cesare eravamo ancora alla ricerca. La casa l’abbiamo costruita noi, alla domenica, Cesare chiamava i suoi amici e insieme l’abbiamo costruita. Da Villa Gastinelli, quando avevo tempo, passavo in mezzo i campi ed andavo ad aiutare, gli passavo la sabbia, il cemento, lui faceva il muratore e, finito di lavorare, tirava su la nostra casa, una parete, due pareti, al sabato e alla domenica. In quell’epoca chi si è fatto la casa l’ha fatta con le sue braccia.
Poi c’era Gianni che morosava la Sonia e, alle volte, ci dava una mano. Quanti sacrifici, ma ora abbiamo la nostra casa e non ci manda via nessuno.
Io andavo in una famiglia a tenere quattro bambini piccoli, uno di sei mesi, uno di due anni, uno di tre e uno di cinque anni. Non andavano ancora a scuola, una squadra di bambini. Lei era professoressa a scuola e il marito impiegato di banca, una famiglia che stava bene, prendeva un buon stipendio; tenere quei bambini, non ti dico la fatica, preparare la pappa, cambiarli, ma avevi bisogno di soldi ed accettavi tutto.
Quando abbiamo venduto il podere al Ghiardo abbiamo preso bene, per la casa abbiamo diviso, ma le bestie erano nostre, alla fine abbiamo preso bene, abbastanza da costruire la casa senza fare debiti, ma i soldi non bastavano mai ed io sono andata a lavorare. Quando la Sonia e Gianni si sono sposati loro abitavano a piano terra, nell’appartamento piccolo, e noi al primo piano, poi abbiamo alzato la casa e fatto un appartamento al secondo piano, dove si sono trasferiti la Sonia e Gianni con Giuliano e la Sara, mentre la Loretta con Severino e il piccolo Antonio è venuta al piano terra.
Cesare andava a lavorare e guadagnava 200.000, 300.000 lire al mese, erano dei bei soldini.

La campagna dei pomodori
Io non sono mai andata alla risaia, ma nel parmigiano, a fare la campagna dei pomodori ci sono andata per molti anni.
Andavamo a piantare i tomati, poi tornavamo a raccoglierli. Partivo alla mattina in motorino e tornavo a casa alla sera. Eravamo una squadra di una decina di ragazze, di San Bartolomeo e dei paesi vicini, e allora si prendevano dei soldi per fare la campagna nel parmigiano. L’ho fatto quando la Sonia era piccolina, andavamo a piantare le piantine, poi restavamo a casa e ci richiamavano quando erano cresciute ed erano da legare sui fili, e alla fine facevi la raccolta. Arrivava il camioncino che li caricava e li portava alla fabbrica per trasformarli in conserva.
Prendevamo bene. C’erano delle ragazze di San Bartolomeo che, secondo me non erano mai state nei campi, allora volevano venire con noi.
Una ragazza giovane, di 15,16 anni poverina, era tanto magra: “Ottavia, non vado più, non ce la faccio!” parlava montanaro, “Ottavia a mor!”, perché là erano tutti campi, lavoravi sotto il sole, non c’era un albero da poterti riposare alla sua ombra. Noi eravamo abituate e sopportavamo il caldo, lei non ce la faceva e allora la padrona l’ha mandata sotto al portico a riposare, ma le ha anche detto di non tornare l’indomani, lei non voleva gente che non lavorava.
Prendevamo un panino da casa e lo mangiavamo nella pausa del mezzogiorno. Non ti davano niente i padroni, neanche una bottiglia di vino da bere insieme. Noi ci fermavamo nei negozi, lungo la strada a San Polo, prendevamo il pane con il prosciutto, o il salame e lo mangiavamo là. Ci davano l’acqua da bere perché la prendevi dal pozzo.
Ti pagava quello che ti doveva, ma nulla di più, poteva prendere una bottiglia di vino per i braccianti? Aveva un podere grande, c’erano tanti uomini che lavoravano, ma era una donna che non dava niente, ti dava i soldi che ti meritavi, ma nulla di più. Adesso non posso sentire neppure l’odore dei pomodori, ci sono stata tanto in mezzo che non ne posso più. Una di noi raccoglieva i pomodori, li metteva nel grembiule, poi prendeva il sale, l’olio e l’aceto, che portava da casa e li mangiava di gusto. A me faceva uno schifo, uno schifo; c’era una miseria in casa sua, non avevano neppure un pezzo di terra, erano casanti e venivamo nel parmigiano per guadagnare due soldi, ma c’era una miseria una volta.

Le vacanze
Vuoi sapere quando ho visto il mare? Quando ero al Ghiardo, mai, da Gastinelli mai, poi abbiamo costruito la casa, quando abbiamo finito abbiamo iniziato ad andare a Pinarella, in un appartamentino in una casetta piccola, vicina alla casa dei padroni, ci siamo andati per tanti anni e siamo diventati amici.
I primi anni con Gino e l’Amneris, il fratello e la cognata di Cesare, poi da soli ed ora ci accompagna una delle figlie. E dopo i 50 anni, quando la Sonia e la Loretta sono cresciute, ho iniziato a girare in Europa, sono andata in Russia, in Olanda, in Tunisia, abbiamo visitato tanti paesi.
A Mosca siamo andati in un gran palazzo, il più bello, abbiamo visitato la nave della rivoluzione, siamo andati dentro, tutta
pulita, nuova, erano gli anni ’80, poi abbiamo visto un cimitero dove avevano seppellito tutti i morti della guerra con i tedeschi. Bisognava andare in auto perché a piedi fino in fondo non ci arrivavi.
Un cugino di Pantani, che adesso abita qui vicino a noialtri, era andato in Russia, in tempo di guerra, durante la ritirata, con il suo gruppo, aveva cercato di salire su di un camion con dei tedeschi, per rientrare in Italia. Si è aggrappato alla sponda, il camion era pieno e un tedesco, con la baionetta, gli ha tagliato le mani, l’ha lasciato là a morire congelato. Lo hanno raccontato altri soldati che sono riusciti a rientrare, la moglie ha fatto tante ricerche per trovare il suo corpo, ma inutilmente, suo figlio abita vicino a noi. In mezzo alla pianura Russa i
tedeschi scappavano perché i russi gli correvano dietro, il camion era tanto pieno, non c’era posto e gli hanno tagliato le mani. Ha lasciato la moglie con tre figli piccoli.
Qui siamo andati in Olanda, era il 1981. Abbiamo visitato i mulini dove preparavano le forme per i cavalli. Nel gruppo c’era una donna
Ottavia in gita in Olanda
noiosa, un po’ antipatica
e gli stavamo addosso. Abbiamo detto: “Adesso le facciamo credere che questa è una torta e gliela facciamo portare a casa!”, io e una mia amica ci siamo messe insieme: “Oh, ma come sono belle queste torte!, ma come sembrano buone!”, erano forme di foraggio per cavalli, sembravano torte, erano rotonde, abbiamo detto tanto che alla fine lei ne ha acquistato una: “Portala a casa, deve essere buona quella torta!” e alla fine lei l’ha presa. Abbiamo riso tanto quella volta lì. Era una gita organizzata dall’UNIECO. C’eravamo io, Cesare e Giuliano, un nipote.
Abbiamo visto una piazza grande piena di distruzione, c’era la gente che si divertiva a rompere bottiglie, i vetri, tutto quello che trovavano. In mezzo alla confusione abbiamo perso Giuliano, mi era venuto un mal di cuore! Cerca, torna indietro, guarda in giro, alla fine lo vediamo in un angolo, chinato, tranquillo che guardava la gente che rompeva le bottiglie. Un altro giorno siamo andati a visitare l’appartamento dove restava nascosta Anna Frank, è stata una gita molto bella.
Ho fatto tanti viaggi, in Russia sono andata tre volte, una volta ho preso con noi Giuliano e Antonio, l’altra volta la Sara e Antonio, tutte le volte che andavamo via ne prendevo dietro, avevo del coraggio (incoscienza). C’erano degli aerei russi che sembravano dei rottami, facevano dei rumori, c’era un vento.

Ottavia e Cesare alcuni anni fa

Ora stiamo bene, viviamo con le nostre figlie, una sopra e una sotto, quando abbiamo bisogno sono sempre presenti, siamo diventati bisnonni: la Sara e Giuliano si sono sposati e hanno due bambini ciascuno, bellissimi.
Ci riposiamo.
POSTFAZIONE
Sono andata a trovare Ottavia una sera, le ho chiesto se mi voleva raccontare alcuni episodi della sua vita, e lei subito ha risposto che non ricordava nulla, era passato tanto tempo.
Se volevo però, mi avrebbe accompagnato al Castellazzo dove era cresciuta e aveva affrontati i momenti peggiori della guerra. Quelli, indelebili, me li ha raccontati subito, con precisione.
Alla domenica ci siamo andati, insieme a Cesare.
I signori che ora abitano il casolare sono stati ospitali e ci hanno fatto entrare. Ottavia ricordava tutto, dov’è nata la Sonia, dove dormiva il fratello, dove avevano nascosto le loro cose.
Il pomeriggio è finito con un caffè sotto al Castello di Canossa, una delle mete abituali della domenica pomeriggio, quando erano più giovani. L’infanzia no, quella era troppo lontana, non ricordava nulla.
L’ho chiamata due domeniche dopo e le ho chiesto:”Vuoi andate al Telarolo?”
Inutile dire che li siamo andati a prendere e, da Iano, ho conosciuto il Telarolo e l’Ara, due piccole borgate di Castellarano.
Che emozione nel ritrovare le sue case, che tristezza nel vedere che questa volta sono disabitate!
Ma tutto è rimasto come una volta, la stalla colpita dalla saetta, la finestra da dove ha visto l’aurora, la vecchia quercia e il pozzo, dove andava a prendere l’acqua.
E anche questa volta sono tornati tanti ricordi. Grazie Otto, per i bei pomeriggi passati insieme.

Reggio Emilia, estate 2012 Orianna Montanari